LAURA GRUSOVIN

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LA CORSA LENTA.

di Laura Grusovin

                       

 

Ci sei tu, solo. Ascolti il tuo proprio disperato ronzio, amplificato nel bicchiere capovolto, dove un dio ubriaco ti vede doppio e silenzioso.

Ma poi, dopo tanti anni, sei più silenzioso ed ora che osservi ti accorgi che il vetro del bicchiere, come un’enorme lente, raccoglie tutta la realtà per il tuo sguardo. Non comprendi perché ti sia mancata tanto l’aria: il mondo ora è tutto li, e ti vergogni del panico d’allora e del male che ti sei procurato.

Il dio ubriaco se n’è andato o forse non c’è mai stato. Di ciò più non t’ importa. Ora che sei più grande, ti rimane dentro questo lungo racconto. Lo puoi narrare ad occhi chiusi e con grande pazienza.

Lo farai uscire per liberarti dal passato, per condividere le scoperte ed i traguardi della tua fatica.

 

 

 

                 

Un brutto disegno. 

(dicembre 2007)

 

Quando sei bambino in molti ti chiedono di fare un disegno.

A lavoro ultimato chiederai: "Ti piace? E’ bello? " , dando per scontata la competenza di quegli stessi adulti che sanno sempre correggere la tua ortografia e l’aritmetica.

Da grande, se richiesto di disegnare ti schermirai: "Non ne sono capace".

In realtà, in nome di una dubbia spontaneità, ai bambini si “perdona” il disegno brutto e superficiale.

Correggiamo il risultato dell’aritmetica anche di una sola unità perché un numero solo è quello giusto, correggiamo l’ortografia perché uno solo è il modo corretto per scrivere ogni parola.

Non prendiamo mai sul serio il fatto che anche un’immagine ha una sua grammatica ed è obiettivamente bene o male eseguita, se valutiamo l’aspetto formale, ed inoltre sarà evocatrice di sensazioni o esprimerà un concetto, oppure fallirà nel suo intento. Quindi, prima di dire “Che bel disegno…”, aspetta.

Un’ opera d’arte può mancare il proprio obiettivo per molto meno di un’unità.

 

 

                 

Ho visto la Madonna.

 (gennaio 2008)

 

La luce nella casa paterna era molto interessante a tutte le ore del giorno.

La luce forte e allegra che nelle mattinate di primavera mi svegliava vincendo la prigione delle tapparelle, la luce opulenta e vibrante ancora del bacio con la massa del verde estivo, la luce arrossata ed introvertita della sera. Tutto il giorno questo spostamento di ombre e di luci, questo rincorrersi di disegni, un alternato sfocarsi o stagliarsi di contorni. Bello, quasi uno stordimento.

Non fu difficile, sul bianco acceso e soffuso di un foglio pomeridiano, vedere un profilino appena accennato: un volto bello e semplice, il profilo di una Madonna.

Con la punta della matita ne seguii i contorni, badando a restare leggera leggera per non coprire ed involgarire la mia “visione”. Con mia grande sorpresa ne venne fuori un buon disegno. Ricordo il plauso degli adulti che parlavano di talento. Ma io, io sapevo che mai e poi mai sarei riuscita a fare un disegno così sicuro, senza pentimenti, di un soggetto difficile come un volto umano se non avessi “copiato”.

Ero una bambina e non seppi esprimere altrimenti il mio pensiero.

 

Qualche anno fa discorrendo con il critico Claudio Martelli emerse come una delle caratteristiche peculiari dei pittori delle nostre zone sia la visionarietà. Allora mi ritornò alla mente l’antico episodio della Madonna. Per anni avevo trascurato questa grande risorsa del nostro cervello.

Ora, con caparbietà e nostalgia, sto rieducando il mio cervello alla visionarietà. Non che in tutti questi anni abbia mai potuto farne a meno, ma questa consapevolezza ti fa guadagnare in qualità  e ti semplifica molto il lavoro. Allora sì che dipingere ridiventa facile, bello, il più bel gioco: devi copiare ciò che hai già dentro e che forse non sarà IL TUTTO ma, io credo che a ciò debba essere abbastanza vicino.

 

 

 

Il desiderio e la comprensione.

(marzo 2008)

 

Il desiderio è la spinta che ci fa agire. Agire è faticoso: non agiamo mai senza un buon motivo.

Ancora bambina, desideravo disegnare la vigna che vedevo dal primo piano della nostra abitazione.

Non mi sentivo mai pronta, ero stanca di subire la frustrazione di quel desiderio insoddisfatto.

Il lavoro ultimato, un acquerello, mi guardò come un campo di battaglia senza vincitori, facendomi soffrire una dolorosa delusione. Imparai quel giorno che, prima di affrontare un tuffo, è meglio sentirsi pronti.

Attorno a me fu, da parte degli adulti, tutto un plauso, un’adulazione, che io annotai senza gioia, senza comprensione.  

Questa incolmabile discrepanza di giudizi, ha fatto di quel brutto disegno una lezione fondamentale.

Sul desiderio ho imparato, molto tempo dopo, quanto sia importante conoscere i motivi che lo generano, solo così saprai se valga veramente la pena di affrontare tutte le difficoltà del lavoro ed inoltre nessun critico dovrà spiegarti mai se il tuo sarà un dipinto di sensazioni, citazionista, “letterario”, concettuale e via dicendo (approfondirò quest’argomento in un‘altra pagina).

Nel caso della mia vigna i motivi erano tanti: l’inconsueta modularità di solchi e viti e l’austera monotonia del colore invernale che venivano ritmicamente spezzate dalla casualità di oggetti colorati (usati come spaventapasseri) e cavoli robusti. La luce umida, indifferente, di un’ora qualunque, dava orgoglio ai contrasti ed ai contorni d’ogni cosa.

Avevo ragione io a pensare che non ero riuscita a restituire quella perfetta realtà ed il “troppo” che mi avevano colpito. Avevano ragione gli altri: per riprodurre quella realtà complessa avevo dovuto razionalizzarla, trascurando però tutto ciò che attraversava il mio occhio, ma non la mia mente.

Avevamo ragione tutti: una brutta copia può essere un buon disegno.

 

 

 

Lo Studio.

(maggio 2008)

 

“Quasi” - 1987

 

Il giorno che mi chiusi alle spalle il cancello della casa paterna non ero contenta.

Me ne andavo per poter dipingere.

Cavalcavo la vecchia Bottecchia che mio padre non usava più e, nel silenzio di quella sera di primavera, il clangore metallico del portone di ferro che mi tirai dietro, ghigliottinò la mia infanzia e quella mia prima dolorosa giovinezza dal futuro.

La via Foscolo: periferica, silenziosa, poco illuminata, dava il suo meglio per trattenermi con quell’alito di boschi e di giardini.

Ero frustrata e triste per essermi guadagnata quel cambiamento senza il consenso familiare, ero spaventata dall’incertezza della mia meta. Ma avevo già fatto i miei sbagli e troppe porte erano già chiuse per i miei ripensamenti.

Lasciavo degli spazi ideali per un pittore: una casa che sapeva respirare bene in tutte le stagioni e filtrava la luce in modo magico…mancava la serenità, in quella casa, mancava la privacy.

Nel settembre trascorso (1981), avevo finalmente trovato un alloggio per 50.000 lire al mese, in una casa vecchia, di quelle con i muri spessi e raffinatezze architettoniche di default. Però ci misi tutto l’inverno per renderla abitabile. Raschiavo le pareti e sempre nuovi strati di intonaco si sfaldavano sfiniti dall’umidità di quella casa disabitata da anni.

“Il Natale degli altri” - 2002

Ma finalmente il momento era arrivato e lasciavo alle mie spalle nella notte la tristezza dei miei, là, nella sagoma della finestra spettralmente illuminata dalla televisione che aveva lenito i nostri ciao imbarazzati.

Una spallata al portoncino di legno, un volo su per le scale buie di pietra, la mia chiave, la mia porta. Una mia porta da rinchiudermi alle spalle, il conforto della luce elettrica, dell’odore della cera stesa sulle tavole dello studio e delle tende nuove, un paio di piantine dal giardino paterno. Che emozione! Dall’ingresso guardo l’essenzialità del mio prossimo futuro.

Mi lascio cadere nella poltrona: ho creato un angolo per leggere, ho una luce per il mio libro, c’è privacy, anzi il silenzio è pieno di minacce, c’è paura.

Allora apro un libro recitando consuetudine e serenità.

Un rosario di graffi concitati nella cornice della porta vicina mi fa trasalire.

Così, con una corsa di topi, inizia il capitolo della mia vita che sto raccontando.

La televisione si accende bene anche in uno sgabuzzino, ma un atelier, un buon pascolo per il tuo cervello, ha degli irrinunciabili requisiti.

 

 

3600 risvegli.

(agosto 2009)

 

“Requiem per un passero” - 1982

Il passato doleva ancora con tanto vigore in me, che mi svegliavo piangendo.

Alle volte mi svegliavano le voci dei netturbini nel primo grigio sbadiglio del giorno.

Provavo per loro un’invidia sociale: avevano dei colleghi, dei testimoni alla loro esistenza.

Poi la cucina si riempiva di luce. Quel riverbero, inadeguato come una battuta a un funerale, mi diede la forza per 3600 risvegli.

Ero ad un altro inizio, ma i “secondi inizi” sono tardivi, stanchi, hanno ancora l’odore di sudore e di sconfitta della precedente battaglia. Pianifichi altre rinunce. Le Rinunce: i figli? la famiglia? E nuovamente pensi, come chi entra in una prigione:”Come sarò tra altri 10 anni?”

I sogni valgono davvero tanto? Soprattutto …tanta paura?

Oggi posso dire di sì, meglio ritrovarsi ansanti e pieni di cicatrici su un campo di battaglia, che…

Sì, ma le nostre battaglie sono battaglie di disciplina, devi orientare milioni di istanti verso la tua presunta meta, come chi navigò senza bussola ne nozioni.

Le nostre battaglie più importanti le combattiamo inventandoci una certezza, una fede e con costanza.

Quello che mi sarebbe mancato nei prossimi 10 anni lo conoscevo già…e incominciavo subito a soffrirne la mancanza.

In realtà nel decennio precedente mi era già mancata la libertà…

Diventerà un’abitudine, un condizionamento così come succede ad un uccello a cui finalmente apri la gabbia, ma lui non esce.

Ora la mia libertà è tutta interiore: non so più muovermi, fuori.

“Dove vado in vacanza” - 1987

 

 

 

Inverno.

(dicembre 2009)

Il ricordo più forte è l’inverno.

Ricordo il momento in cui appoggiai al tavolo da lavoro il vetro su cui dipingerò “Requiem per un passero”, il primo quadro eseguito nel mio studio di via Monache: un rito. Un punto di partenza per la mia pittura…tardi?

Tardi.

Un punto di arrivo, anche, il risultato di anni di fatica e scelte, fatica e scelte, strategie d’avvicinamento verso l’obiettivo.

Tardi.

Questa parola ormai mi rincorreva da decenni…

Attorno a me, l’appartamentino odorava di cera e detersivi. Le tende scelte con cura per lenire il disagio della prima sera e avvolgere di “casa” la gioia e la paura di sentirmi sola.

Inverno…continuare ad insegnare chitarra: poco denaro, ma tempo per dipingere, o meglio, per imparare a dipingere, forse.

Imperativo, non spendere, risparmiare tutto per quando e se dovesse maturare il momento per promuoversi.

E così, lasciai che l’Inverno abitasse con me, appena appena smorzato dalla stufa.

Allora ecco: un giubbotto di cattiva qualità e sotto tante, tante maglie e talvolta la sciarpa; ecco la divisa del pittore, non per moda, però…

Ero ancora giovane, e scoprivo quel mio corpo ancora perfetto solo per sentirlo ricoprirsi di pelle d’oca, mentre, sotto le coperte gelide, lo sfilavo fuori dai vestiti per infilarlo nel pigiama.

Inverno: rincasare alla fine delle lezioni e spalancare sul buio le finestre. Finestre appannate all’esterno perché fuori, quando non soggiornavo a casa per alcune ore, faceva un po’ più caldo che dentro.

Inverno: rincasare dopo che sei stata a trovare i tuoi, con la borsa di pelle nera ancora piena d’aria calda e tuffarci dentro le mani infreddolite.

Ricordo una notte particolarmente fredda. Nel pomeriggio ero stata sul greto dell’Isonzo e avevo preso dei “reperti”: sassi, vegetali, radici da utilizzare per la realizzazione di un quadro.

La notte, bianca di luna e dura, mi pugnalò nel letto con il suo gelo.

Allora misi a riscaldare i sassi di fiume, piatti e levigati, sulla stufa e poi me li portai nel letto.

Funzionò. E fu un sogno bellissimo.

Sognai di dormire sul greto del fiume, sognai un’altra stagione, i bombi attorno alla sciatta, polverosa vegetazione. Le ramaglie che avevo repertato, avevano ammorbato di ombra estiva il mio gelido studio. C’era l’odore triste, putrescente dell’ombra del fiume, del suo sdrucciolevole finissimo limo. Un odore che s’impara ad amare.

“Semplicità estiva” - 1987

 

Un paio d’inverni furono particolarmente duri: meno 15 e dintorni.

Ricordo come,solo in quegli anni, le pur forti foglie degli allori diventarono rosse e bruciate.

Ricordo di aver lasciato la mia 500 nell’abbraccio irrisolvibile di una gran nevicata. Poi il gelo la cristallizzò in una dura corazza.

Ricordo che avevo molto spesso la febbre, e che quando mi prendeva non mi mollava più prolungandosi in un’eterna febbricola che durava anche un mese.

Esasperata da una di queste indisposizioni andai per qualche giorno a casa dei miei per cercare di guarire in fretta.

Funzionò e, festante, eccomi di ritorno a casa: un calcio al portoncino d’ingresso, e su per le scale di legno, su.

Stop.

Davanti alla porta un animale immobile, grigio, grandino. Topo? Fine della gioia.

Mi immobilizzo tesa. Batto un piede. Scapperà? No, impavido, più di me. Mi muovo con cautela, temendo io quasi ogni cosa su questo pianeta. Animale sordo? Cieco? Mi muovo con vigore e dopo un po’ più che il coraggio è la noia a sferrare il suo attacco e allora mi avvicino, mi avvicino ancora, ancora quel tanto che basta per vedere lo splendido fungo che è maturato sul mio stuoino….

 

 

Condomini.

(dicembre 2009)

 Il mio appartamentino di via delle Monache era situato al secondo piano dei tre di un’antica casa.

Al primo piano abitò ancora per qualche tempo una famiglia di tre persone, con cui fu facile instaurare un buon rapporto, al terzo piano una coppia di anziani.

Andai a conoscerli assieme a mia sorella Franca il giorno del loro anniversario di matrimonio.

Aprì la porta il vecchio, la moglie sedeva nella cucina. Ci accolsero cordiali, nel misero alloggio. Le finestrelle erano quelle minuscole e basse di una soffitta e le vecchissime tendine con camuffo non celavano l’inconsistenza di telai sporchi, già merenda per tarli d’altri tempi.

Dopo i primi convenevoli, il nostro gruppetto si divise, come avviene talvolta nel melodramma, quando solo grazie al libretto si riesce a districare il senso dei duetti che si sovrappongono nei toni e si contrappongono nei temi. La mia giovane e bella sorella fu oggetto delle inadeguate attenzioni del vecchio, e mentre udivo con disappunto la sua voce roca e vagamente alcolica farsi melensa, sua moglie aveva già attaccato uno stridulo pianto. Un pianto dove si alternava il rancore verso il marito che l’avrebbe trascinata in una vita immeritatamente misera, alla nostalgia per le calze di seta che portarono gli americani.

Ce ne scappammo quanto prima, solo allora avvedendoci delle macchie che costellavano il pianerottolo e, sentendo il vecchio scatarrare, scendemmo a zig-zag e a precipizio le scale.

Con i miei, non indugiai mai in inutili descrizioni sui miei vicini del terzo piano.

“Atrio con scopa e ombrello” - 1987

 

 

Il Quadro Perduto.

(febbraio 2010)

La casa in cui abitavo “resisteva” nelle parti abitate, ma dava scoraggianti segnali di decadenza nelle parti comuni. Il tetto, le grondaie, le tubature, i gabinetti esterni, le vetustissime scale in legno erano ormai preda di un passato che non sarebbe mai più risorto.

C’era però un lato positivo. Il lato meraviglioso, indimenticabile di tutto ciò erano i temporali. Restare senza luce. Affacciarsi al chiarore delle finestre mentre infuria un’orchestra di rumori, un pianto senza sentimenti, un ritmare complesso e variabile. Scrosci di intensa luce ed acqua sul mare increspato di antichi tetti, un paesaggio che si scrolla selvaggio, un galoppo, un rincorrersi di acque, cascatelle, singhiozzi e fiumi di varia portata s’infrange, cade, sgorga dalle gronde, dai loro mille buchi e deviazioni, dall’instabilità di strutture più adatte a uno scenario d’apocalisse che ad insediamenti umani: splendido, inebriante. Vengo rapita da questo turbine di sensazioni, e me le godo senza altro desiderio che di perdermi in questo capolavoro.

 

Quella notte avrei dovuto mettermi al cavalletto e condividere.

Dondolava sull’acciottolato lucido una di quelle vecchie lampade che ancora pendevano nella zona vecchia della città: semplice piatto metallico con lampadina. Lo scroscio era così intenso che l’orchestra temporalesca emetteva un suono sordo e costante. Nel cono di luce ondeggiante migliaia di moduli lucidi prendevano e perdevano vita. Bello!

E’ uno dei miei quadri “perduti”. Andai a dormire. Diedi colpa al sonno, ma forse fu la paura di non riuscire, la paura di avvilire quel concerto perfetto.

Imparai che in pittura devi avere coraggio, non solo il coraggio di deludere il tuo orgoglio, ma soprattutto il coraggio di poter rovinare un sogno perfetto.

Le frustrazioni che si provano in pittura ti fanno ammalare.

 

 

La Ricerca.

(febbraio 2010)

 

Capii subito che stavo sbagliando strada. Non era possibile impegnare così tanto tempo per fare un quadro.

Quel 50x40 fu un campo di battaglia furibonda.

Non avevo armi. Non avevo idea che si potesse avere una tecnica, usare dei trucchi: non usavo neppure del comune buon senso. Volevo solo ossessivamente rappresentare il sentimento da cui desideravo liberarmi.

Alcuni anni prima, quando ero ancora alla ricerca di uno spazio per poter dipingere, soggiornai nell’abitazione di un amico.

Lui era partito per il servizio militare e mi aveva lasciato le chiavi di casa.

L’alloggio non era distante dalla casa paterna, ma un paio di curve erano il confine tra la zona residenziale e la campagna. Inoltre questa casa confinava con la Jugoslavia anni ‘70, ossia misero est pattugliato con pastori tedeschi.

Campagna - Jugoslavia, …l’imbrunire lì non era uno scherzo romantico, era un dramma grigio e inospitale.

 Quando chiusi le imposte volevo lasciare fuori ombre e presagi.

La mia battaglia con la stufa a legna terminò con un ennesimo sbadiglio di fumo su sfondo nero. Un numero imprecisato di zolfanelli giaceva inutilmente sacrificato.

In quell'alloggio disabitato da qualche tempo fu una notte dura, attorno ai 3 gradi, ed il letto trasudava d’umidità. Avevo davvero così tanta voglia di dipingere?

Di quel periodo mi rimase il ricordo di quella landa silenziosa e desolata.

Quando combattei per rappresentare “Il Rimorso”, lo ambientai nel ricordo di quella campagna; la stagione era un’altra, ma c’era lo stesso freddo esistenziale. Vi ambientai un gatto rosso con una lunga coda che viene da lontano, dal passato, da un passato che doleva ancora in me, e che veniva ancora e sempre a cercarmi, soprattutto la sera.

Fu un quadro faticoso e, involontariamente, quasi naïf. Anch’io ero ancora quasi naïf ma non lo sapevo.

I quadri non mentono mai, e quasi sempre conoscono un pezzo di storia in più dei loro autori.

“Il Rimorso” - 1985

 

 

Scuola di musica.

(aprile 2010)

 

Insegnavo chitarra classica quasi tutti i pomeriggi.

Il mio “primo giorno di scuola” era caldo e luminoso.

Cercai il campanello attorno a quella porta esposta a sud e, dopo un lungo momento, sentii un movimento di porte e uno scalpiccio.

La donna che girò la chiave a più mandate per aprirmi non attese parola ma, spaventata e scandalizzata, già si voltava urlando al fondo del corridoio ”Hanno sparato al Papa”. La seguii verso quella fresca linda penombra.

 Nel silenzio della canonica camminavo leggera sulle assi di legno per non far risuonare troppo la mia presenza.

Mentre attendevo il mio primo allievo mi guardai attorno. Ero circondata dall’esangue orrore dei Crocifissi, da ridondanze di porporina per gli sguardi sfiniti dei Martiri e per l’estasi dei Santi, dalla porpora soggiogante dei Prelati, l’innocenza delle Madonne, le genuflessioni dei rosari… non so cosa mi trattenne dall’alzare le mani e costituirmi: sì, mi sentivo colpevole e come non sentirsi tale.

 Nel giro di un anno, in alcune scuole, i miei alunni erano raddoppiati. Era una grandissima soddisfazione, ma, dentro di me, mi sentivo un traditore: cercavo di farli innamorare della musica già prevedendo che prima o poi avrei dovuto lasciarli, poiché avevo ormai abbandonato lo studio dello strumento.

Da un lato era un successo, dall’altro gradualmente vedevo ridursi il tempo da dedicare alla pittura…

 Quando scalavo la marcia in cima alla salita di Lucinico svoltando, l’orologio del campanile in controluce mi indicava le due meno dieci e, per un paio di pomeriggi, non sarei ritornata a casa prima delle dieci e mezza. A quella svolta provavo già lo stesso male allo stomaco che aveva accompagnato tutte le mie prove scolastiche e non. In qualche modo ora ero io a interrogare, ma la paura di non essere all’altezza mi complicava sempre la vita.

L’ambiente era molto famigliare, soprattutto nei primi anni.

Alle volte nella spaziosissima aula a me riservata in canonica, quando arrivavo era ancora steso il bucato. Nelle gelide giornate invernali poteva arrivare la signora Ersilia con un thè caldo e dolce in tutti i sensi.

A Natale del 1983 eravamo già una grande famiglia.

Durante la messa di mezzanotte i nostri sguardi si censirono contenti e luminosi alla luce delle candele. L’aria gelida della piazza era ancora stirata dal protendersi dell’organo e dalla commozione del coro quando unimmo le nuvolette dei nostri respiri caldi, negli auguri.

“Andiamo dall’Ersilia.”

Ciascuno ebbe un dono e ci sorprendemmo semplicemente realizzando che ci volevamo bene.

Non riuscii a suonare per loro a causa della solita “disfunzione” contro cui non combattevo ormai più da tempo.

Sorridevo ancora quando ritornai a casa. Nella mia cameretta adagiai sul letto la bambolina che mi era stata donata e che per anni continuò a ricordarmi quel Natale sorridendo. Peccato, non ho neppure combattuto, pensai, frustrata per non aver saputo vincere su me stessa, immaginai quante cose avrei potuto raccontare loro in una sera così speciale, tutto e tutti in sintonia, altro che lezione, avrei potuto cantare nelle loro vite…no, troppo, una sdolcinatura Dickensiana. Quelli sono romanzi ma la nostra era vita, la vita quando è bella.

“Per i miei ragazzi” - Natale 1983 (acquaforte su zinco)

 

 

 

Primavera.

(marzo 2010)

 

Alè, si spalancano le finestre. Queste grosse mura allentano l’abbraccio in cui sembra vogliano tenere gli ultimi umidi brividi e anche la mente si rilassa. E’ una vittoria.

Profumo di fiori? No. Profumo di pizza:… una tortura!

Giornate lunghe, la sera si pensa, non si combatte più il freddo e ci si sente più soli.

La mente umana è così…inquieta, bizzarra.

Mi concedevo delle passeggiate che erano così dense di sensazioni da risultare dannose, struggenti: la gioventù è così permeabile, così entusiasta, così disponibile.

Così lunga, perché finchè ti senti così maledettamente in sintonia con il creato, al punto da fare tuoi i suoi colori e struggimenti vuol dire che sei giovane e che hai ancora del tempo libero.

 

Una di queste mattine in cui il cielo fresco e terso mi aveva messo in corpo un’arietta garrula d’allodola: calcio al portoncino di legno e su per le scale.. Andiamo a lavorare! In due balzi la prima rampa e… pelo ritto sento un soffio, vedo artigli, occhi in un balzo. Arretro. Gatta contro di me, tremando si sgonfia la mia serenità. Devo raggiungere il mio posto di lavoro con dignità, dico alla mia tachicardia, già sapendo di partire male. E’ come se, fin da piccola, avessi sempre supposto di avere piuttosto l’odore della preda che quello del cacciatore. Poi ascolto e capisco: gattini, madre-gatta non mi fa passare. Capisco. Capisco ancora per un po’ di tempo e poi mi decido: sono in centro città, ci metto due minuti per raggiungere la sede dell’ A.I.P.A. (Associazione Italiana Protezione Animali).

Un po’ mi vergogno, ma poi penso che lì troverò le persone giuste per il mio problema.

Si,… con aria di gran rimprovero una giovane donna che ha sacrificato alla causa animale ogni vezzo femminile e/o umano, spiega ai miei timori di NON terrorizzare inutilmente le creature che abitano sulle scale della mia casa.

Fantozzianamente, batto nuovamente in ritirata.

Sulla mia faccia splende beffarda la primavera, quando chiudendo la porta dico: “Grazie, buona giornata.”

“Spossatezza Primaverile” - 1989

 

 

 

La signora Resi.

(luglio 2010)

 

La signora che mi voleva vedere era un’anziana amica di famiglia.

Quella prima volta ero ancora una ragazzina e fui molto orgogliosa di sapere che l’anziana pittrice chiedeva proprio a me di farle da garzone di bottega.

Abitava in cima ad una salita di ciottoli, alle sue spalle la Jugoslavia.

Un portone rosso bordeaux. Dall'erta scala di pietra scendeva a precipizio, abbaiando, il suo cagnolino. Scodinzolava tra i forti rosai fioriti come matrone, e tanto tanto verde s’accapigliava per brillare in quella luce già da campagna.

Una bella meridiana, graffita dalla signora Resi sulla parete sud, dava significato a quell’insolazione impudica.

Lei e le sue sorelle appartenevano ad un passato descritto minuziosamente solo in certi romanzi ottocenteschi.

Quattro sorelle austriache di buona famiglia.

La signora Resi in particolare era ancora forte, ancora bella: le spalle larghe, una rispettabile statura per la sua generazione, i capelli raccolti velocemente dietro la nuca ricordavano ancora il biondo, gli occhi chiari con quel tipo d’iride che si accoppia ai capricci del cielo, la bocca ampia che già nella forma, con gli angoli verso il basso, prometteva quella pronuncia straniera, quelle consonanti gotiche.

Ma la sua mimica era napoletana, le sue mani si muovevano veloci quando parlava, ora indicando, sempre sottolineando un concetto, così come spesso fanno i pittori a cui sembra che un’idea non venga mai spiegata abbastanza.

Ma quando capitava di parlare del tempo che lei avrebbe voluto dedicare alla pittura, allora quelle mani sapienti si chiudevano attorno al volto, mimando la più nera frustrazione: accudire un marito, le cose sciocche e routinarie…ma poi subito con un ampio sorriso diceva: “…andiamo a dipingere”.

Fu lei che mi spiegò la tecnica dell’affresco: in gioventù aveva frequentato l’Accademia di Belle Arti di Vienna, l’invidiai.

Dipingemmo con tale tecnica una Madonna con Bambino, nella sua camera da letto. Sempre in tale occasione, mi fece riflettere su come gli antichi maestri facessero più grandi i personaggi più importanti, relegando a stature da lillipuziani i personaggi corali.

Non c’era stress nel suo dipingere: veloce e senza ripensamenti. Dipingeva come viveva. Non pretendeva la perfezione, gli equilibri: bello riuscire a vivere e a dipingere così… Veniva sorpresa dal proprio operato quando otteneva un risultato superiore alle proprie aspettative, e allora i suoi occhi diventavano furbi e felici come quelli di una ragazzetta che è riuscita a prendere la marmellata anche dallo scaffale più alto. Giustificava senza rancore la pennellata disgraziata.

Un bel dipingere con lei, tutto gioia. Ritornavo a casa sempre con un mazzo di rose dalla “collina”, quelle rose profumatissime e selvagge un po’ grandi, un po’ minime, un po’ sfatte. Fiori veri come la sua pittura.

Negli anni seguenti mi chiamò nuovamente, si sentiva invecchiare e non voleva nè poteva accettare grandi tele da restaurare.

E così appresi da lei la “magia” per far rinascere tanti vecchi sogni rovinati, usciti vergognosi da cantine o soffitte.

Il primo lavoro che mi diede fu una grande tela di soggetto religioso.

Me la portai in studio a piedi perché di sicuro con il cinquino non era il caso.

Chiusi con l’ entusiasmo del neofita una milionata di buchi e buchetti, e, sempre con lo stesso entusiasmo, cercai i colori per occultarli e, e ,e .

Feci un buon lavoro.

Lo riportai, constatando che la dimensione orizzontale della tela era esattamente quella dell’ampiezza delle mie braccia, meno le ultime falangi, che si chiudevano ad artiglio attorno al telaio. Comodo!! Solo 2-3 chilometri e poi la salita finale.

So che era un soggetto religioso, ma per la fatica e l’insolita posizione del trasporto, ancor oggi credo si trattasse di una Via Crucis.  

 

 

 

Sei giovane, ma non è tutto rose e fiori.

(aprile 2010)

 

 Trovare un fiorellino ghigliottinato dal tergicristallo della propria automobile può solleticare la vanità di una ragazza.

Poi ecco un mazzolino... qualcuno mi pensa.

Con sempre maggiore frequenza la mia macchina era meta delle attenzioni di qualcuno, e ora non mi faceva più tanto piacere perché ora trovavo anche dei bigliettini con pensieri sconclusionati e, via via che passava il tempo, vere e proprie minacce.

Una notte verso le due mi svegliai, e solo dopo un po’ riuscii a capire il motivo del mio risveglio. Qualcuno stava bussando alla mia porta.

Passai rapidamente in rassegna le persone che conoscevo. Nessuno di loro, secondo me, avrebbe considerato questo uno scherzo accettabile.

Provai paura. Immobile ascoltavo il ritmico tamburellare…

Volevo nascondermi dietro ad uno spesso silenzio ma il mio cuore e il mio respiro erano assordanti e la loro isteria evidenziava la mia esistenza proprio lì sotto le coltri, con le orecchie ben tese, statuaria. Vidi per la prima volta l’inefficienza della mia porta d’ingresso: a vetri… il lungo bastone di ferro, che aveva delle comode guide nel muro, giaceva come sempre a terra. Non avevo mai considerato il telefono tra le spese utili. Quando vivi da solo non pensi ad un sacco di cose semplicemente perché pensi con un solo cervello…

La paura non mi lasciò per tutte le interminabili ore che l’individuo mai identificato trascorse a tormentare la mia porta.

Poi, come un enorme schiocco di frusta, esplose un travolgente temporale che lavò via quella folle visita notturna e la mia paura.

Nella prima luce riprendevo quel sonno che si era fatto enorme e che mi schiacciò nella comodità del mio letto, perfettamente felice.

Non scoprii mai l’identità del visitatore, né se fosse lui il “fioraio”.

Qualche tempo dopo, con spavento e indignazione, trovai il “cinquino” coperto di fiori come un altare nel mese di maggio, ma fu l’ultima volta.

 

 

Doppio compenso.

(aprile 2010)

 

Il giorno appresso dovevo prendere accordi con un gruppo d’insegnanti per dipingere le scene per il teatrino della scuola elementare.

Mi risvegliai a fatica dopo il breve sonno, e non fui esattamente puntuale: un lieve ritardo, che comunque mi permise di associarmi al corpo insegnanti per il caffè.

Non mi ricordavo più come fosse l’ambiente scolastico…ma appena entrata mi accorsi di essere il solo gufo in un gruppo di allodole. Anche senza il peso di una notte precaria come quella appena trascorsa, al mattino non ho mai avuto un bell’aspetto, nè un buon carattere e quella mattina il mio sorriso affaticato sembrava un travestimento mal riuscito. Gentili e solerti però non mi bocciarono subito, e mi diedero la mia opportunità.

Era una giornata luminosa e verde di primavera ed il mio compenso sarebbe già stato sufficiente: l’aver abbandonato la protezione/prigione del mio studio e il sentirmi con gli altri, quasi utile nel sociale.

La palestra/teatro, lucida e silenziosa, incominciò ad abituarsi al rumore dei miei passi.

La mia mente incominciò a misurare gli spazi. Che gran respiro per i miei pennelli, che vuoto spaventoso per la loro inadeguatezza. Ancora non mi capisco, ancora e sempre affronto il vuoto del fondo pittorico in punta di piedi, con pennellini sempre troppo piccoli. Quel giorno, naturalmente, avevo con me i pennelli più grandi ma....niente da fare, ero ancora fuori misura.

Un pittore non sa mai come possa andare a finire la sua battaglia su sfondo bianco, il suo cocciuto voler dare voce a ciò che è silente. Iniziai quindi il mio lavoro con la consueta prudenza: brancolando con gesti e pensieri nella rassegnazione di quel gran bianco, così come il cieco nel grande nero, in cerca di un appiglio, un riferimento… In quel nulla dovevano crescere alberi: un bosco... e quanti colori possono avere le foglie? Tutti, e quale scegliere? Tutti, e piante e funghi e fiori, Dio mio, ogni cosa ne richiama un’altra, ma come faranno quelli che devono presentare dei bozzetti?  Per me il bello è costruire, cosa dopo cosa, una richiamata dalla precedente come avviene in natura per generare infiniti equilibri, un rigagnolo, un fiume, il mare… sono arrivato. Sono approdata qui, per oggi. Non è tantissimo ma è il giorno del progetto, s’intrecciano più pensieri che pennellate.

Nei giorni seguenti, con mia soddisfazione, ero sempre un po’ più allodola, un po’ più adeguata, più contenta.

Alle mie spalle era cresciuto il bosco, chissà se gli altri vedran…stavo ultimando il pozzo quando entrarono i bambini, tutti assieme.

Restai voltata di spalle come a proteggermi da quella che prevedibilmente sarebbe stata una carica di bisonti: no, silenzio…, e dal silenzio …OOOOOOOH! …non si udì altro per tutto quell’interminabile istante che giunge una sola volta nella vita.

Mai più voce di critico o gallerista fu più lusinghiera, mai più voce adulta addestrata all’adulazione fu più convincente della sospensione di quell’…OOOOOOH!

Per quel lavoro, fu doppia paga.   

 

La sera della recita, emozione e gran traffico dietro le quinte.

Era in programma “Biancaneve e i sette nani”. Io avevo ancora un piccolo compito: nei pochi minuti concessi da un intermezzo musicale, trasformare la Regina in strega.

Tutto stava procedendo come da copione, parte la musica e arriva di corsa la bambina che impersonava la regina. Presto! Una parte degli abiti va cambiata, ora: un paio di occhiaie, due rughe dure sulla fronte, due ai lati della bocca, vai! …Mi rilasso. Riparte la musichetta di prima… e riparte…oops! Qualcosa s’è inceppato: guardo verso il maestro addetto alla regia che mi sta facendo cenno di spicciarmi, …ma dov’è la strega? La strega non se l’era sentita di uscire in pubblico in quelle condizioni e ripassò per smorzare il trucco. Strega sì, ma fino ad un certo punto.

 

 

ESTATE

 

Noi siam come le lucciole...

(maggio 2010)

 

Riconosciamo ciò che è veramente importante per noi soprattutto quando ci manca.

Il centro storico, pur piccolo, non respirava d’estate come il polmone verde in cui ero cresciuta, che mi mancava e mi mancò più di ogni altra cosa.

La sera, tutto spalancato sulla stradina silenziosa, non lavoravo volentieri dopo il tramonto a causa delle zanzare.

Andavo a trovare i miei anche con la speranza di trovarli contenti, o quantomeno con la speranza di riuscire ad “intrattenere” un po’ le loro vite annichilite e confinate dall’invalidità di mia madre.

Da quando ero rimasta l’unica abitante dell’edificio, era iniziato un repentino, generale, profondo degrado.  L’ultima delle mie preoccupazioni sarebbe stata quindi quella di ripristinare la luce sulle scale e così, per affrontarle agilmente, prendevo una torcia elettrica.

Ora ero io a spaventare i gatti che, vedendo il mio fascio di luce sull’ultimo gradino, schizzavano via veloci come frecce lungo il corridoio, un agile concitato grattare sulla porta, su su fino alla lunetta soprastante e via… in strada.

La vecchia Bottecchia mi aspettava li. A quel punto ero già contenta. Mi ero vestita come per uscire, anche se in realtà la mia vita si stava svolgendo lungo la medesima traiettoria come in un corridoio senza uscite laterali: andata, ritorno.

 

Ricordo cosa indossavo semplicemente perché quello era il vestito estivo per uscire in quegli anni: la maglietta nera preferita, e una comodissima gonna pantalone, perfetta per la bici e con ampie tasche.

In bicicletta nelle notti estive in una piccola città con poco traffico…una meraviglia, peccato che quando sei giovane, ( giustamente) hai bisogno di altro ancora.

Arrivavo fresca e ansante, penetravo l’oscurità del giardino per sistemarvi la bici, e attorno c’erano tutte le meraviglie di quel luogo conosciuto e amato. Grilli e lucciole pulsavano, ritmando il sonno opulento della scura, profumata vegetazione.

 

Quando, a fine visita, riprendevo la strada di casa, c’erano in me le solite frustrazioni. Quando c’è un problema vero il dolore lo puoi solo lenire, non lo puoi eliminare. Il lavoro di domani era però una dolce promessa e doveva diventare un’ancora.

Con questi pensieri pedalavo lentamente verso casa, i rari passanti mi guardavano, non sapevo se sentirmi imbarazzata oppure inorgoglita…TUTTI i rari passanti mi guardavano.

Calcio al portoncino di legno, ripongo la Bottecchia nell’oscurità del corridoio, e li vedo e capisco… Nella mia capiente tasca era rimasta accesa la pila elettrica.

Mi venne in mente il ritornello di quella canzoncina anni ’20 ”…noi siam come le lucciole, brilliamo nelle tenebre…”. Sospirando pensai che anche per quella sera non ero diventata più appariscente…

“...e quindi uscimmo” - 1988

 

 

Giorgio.

(maggio 2010)

 

La mia esperienza dice che il numero di animalini che ti circonda è inversamente proporzionale al tuo reddito.

Stavo rincasando di buon umore e salutai con cordialità il vicino di casa, un uomo grande e forte e con un aspetto buono e gentile.

“…Non la ga paura?” mi disse…” Di cosa?” chiesi io, allarmata al pensiero che una persona così grande potesse parlarmi di paure. Stavo già accennando che la mia convivenza con i gatti era ormai sotto controllo… “No, no” mi disse e mi raccontò di come un suo conoscente fosse andato a perlustrare l’ultimo piano della casa in cui vivevo per poterne valutare una possibile ristrutturazione.

Aggredito da una “mandria” di pulci, il malcapitato aveva dovuto battere in ritirata, e, nero fino al collo di insetti, solo una totale immersione nella vasca da bagno aveva potuto liberarlo.

Mentre salivo le scale mi accorsi che il mio buonumore era rimasto tutto in strada, ero già pronta a grattarmi,… così come il guerriero si prepara a soffrire.

 

Vennero un pomeriggio di caldo afoso, bussarono alla mia porta e mi chiesero di uscire in strada.

Disinfestarono tutto lo stabile e, gentilmente, risparmiarono i miei quadri.

Molto probabilmente, fu proprio l’odore dei diluenti e delle vernici  a tenere le pulci lontane dal mio appartamento.

In strada, nel frattempo, si era formato il solito capannello di curiosi in cerca di novità.

Tra una chiacchiera e l’altra l’operazione finì e io rientrai con circospezione, attenta a non calpestare il liquido con cui avevano irrorato abbondantemente ogni parte dell’edificio. Mi seguì un’ombra silenziosa.

Entrai nel mio appartamentino, fui contenta di ritrovare ogni cosa dove l’avevo lasciata e, quando mi voltai per chiudere le porte, lui era già comodamente seduto sullo sgabello del mio studio. La fascetta sulla fronte, il corpo asciutto, forte, allenato, abbronzato, grosse vene a irrorare un corpo senza pace.

“Ciao”, ci salutammo.

Lo conoscevamo tutti a Gorizia “Il Camminatore”, il giovane uomo gentile che aveva dovuto scansare tutti noi prima o poi, per non interrompere quel suo continuo camminare in città e poi altrove… Lo incontravi sulla Mainizza di ritorno da mete lontane, verso Venezia...  Lo sorpassavi con l’automobile su strade dov’era l’unico pedone, concentrato nel mantenere un buon ritmo di marcia, da e per mete distanti decine di chilometri dalla nostra città. Era il culto impersonificato del Cammino, anzi, penso con malinconia, la necessità del movimento.

 Ora era li, FERMO, SEDUTO, Giorgio.

Mi raccontò di se, della famiglia che non aveva avuto, del collegio, me ne raccontò senza commenti, e io sentii di essergli grata per avermi scelta.

Ritornò il giorno seguente, per finire quel suo racconto.

Non venne mai più.

Quando ci incrociamo ci salutiamo amichevolmente, lui accelerando un po’ per paura di interrompere il ritmo del suo passo veloce, io quello dei miei pensieri.

Lo avevo immaginato, noi solitari abbiamo altro da fare.

 

 

 

Rosso.

(giugno 2010)

 

Quella sera ero ancora concentrata sui problemi dei miei. Li avevo appena lasciati.

Passai con il rosso.

I Carabinieri erano lì. “Documenti…” Caspita! Non è proprio giornata…la mia borsetta pesa sempre più del suo contenuto: 3 cose, fazzoletto da naso, portafoglio, e docu… niente.

Li guardo affranta per non aver visto un semaforo evidente come un tramonto, ed ora questo…Colpevole, mi sento imbarazzata e colpevole e non do loro tempo per parlare e dico che abito lì, proprio lì, a un volo su per le scale e allora: patente, libretto, identità, codice fiscale…Dicono “Va bene” e io presto: riparti, riaccosta posteggia, calcio al portoncino, volo su per le scale, una, due rampe. Chiavi, apro la porta: dai saranno in cucina, si dai ecco, tutti i documenti, bene.

Mi volto, pensando che i due carabinieri mi avessero seguita, aspetto.

Aspetto. Mi affaccio alle scale. Loro sono ancora giù.

Scendo realizzando che, da mesi, non c’è più la luce sulle scale…ma per vedere quel degrado bastano le ombre della prima sera.

Mi dicono: “Ma lei abita qui?. ..Va bene, arrivederci”.

Salgo, e con tristezza ma anche con divertita sorpresa penso alla loro espressione…è vero, non c’è più decenza in questa vecchia casa fatiscente, ma almeno niente multa.

E penso ancora con riconoscenza ai due giovani carabinieri.

 

 

 

Autunno.

(giugno 2010)

 

Accadde quand’ero nel primo dormiveglia.

Un Tonfo.

Annaspo cercando nel sogno qualcosa di reale a cui aggrapparmi, e l’unica soluzione è: alzati in fretta perché un tonfo non era contemplato nel tuo sogno.

Il soffitto dello studio ne aveva avuto abbastanza di pittoreschi diluvi e alcuni pezzi d’intonaco avevano mollato la presa lasciando intravedere del legno fradicio.

Buona notte.

Il giorno dopo incontrai l’uomo che abitava al piano sottostante, operaio, e gli confidai fiduciosa il mio malanno.

Venne. Guardò con fare professionale il mio soffitto e poi: ”La ga ‘na scova?” Certo! Hai visto mai, che quando hai la fortuna di conoscere qualcuno sei servita subito? Gli portai la scopa. Lui diede un paio di colpi professionali al mio soffitto che finì per arrendersi completamente.

C’era ancora nell’aria una leggera polvere bianca quando lo salutai, ringraziando.

Nessuno avrebbe mai più “curato” quella mia tana.

 

Dopo quest’episodio, per la mia sicurezza feci una cosa molto molto semplice:

misi del nastro adesivo a “guardia”del percorso delle crepe più pericolose del soffitto. Mi bastò e mi misi il cuore in pace.

Quando sei concentrato su un obiettivo tutto il resto non è urgente.

Il soffitto della cucina venne giù molti mesi dopo.

Un parto ampiamente annunciato da una grande estroflessione dell’intonaco.

Ma in cucina quando sei solo quando ci stai? Speravo solo che non succedesse all’ora del caffelatte.

Cadde un pomeriggio. Ero al cavalletto, un amico era venuto a trovarmi ben sapendo che, come al solito, non avrei mollato il lavoro. Quel giorno mi alzai, riposi i pennelli e lo invitai fuori per un caffè.  Quel tonfo era il punto, si era forse chiuso un capitolo e io lo sapevo: tanto valeva “ festeggiare”. 

 

 

 

Ultimo settembre.

(luglio 2010)

 

Nel 1987 dovevano iniziare i lavori per la ristrutturazione della casa, ed ero sicura che quello sarebbe stato l’ultimo settembre.

Ormai esperta in frustrazioni pittoriche, sapevo che mai sarei riuscita a realizzare il quadro che, come sempre, aveva già un titolo e purtroppo una bellissima anima, ma non aveva ancora un corpo.

Andavo a dipingere sul ballatoio, quello che rimaneva della casa che aveva ospitato tanti buoni propositi. I tetti del vecchio borgo, un pezzo di castello. Verso nord il blu intenso del cielo di settembre, generoso come in nessun altro mese, era il fondale ideale per evidenziare la luce intensa del tardo pomeriggio che dorava i vecchi muri poco prima di repentini, inaspettati tramonti.

Le ombre della sera venivano subito a fasciarmi i piedi di brividi e allora rientravo, non volendo vedere come avessero cancellato in un baleno la scena che volevo strappare all’oblio.

Ogni mattina, quando mi ripresentavo sul ballatoio con l’ingombrante tela e i miei attrezzi, fuggiva un gatto grigio dal suo giaciglio.

Passavo le giornate riassumendo quelle forme sulla mia tela, e aspettando l’emozione della sera per i colori definitivi. Davanti a me danzavano le ore di una giornata, ma solo alcune andavano fermate.

Ascoltavo il fruscio del mio pennello e il lavorio di un’ape che lavorava sodo ogni giorno, come un tarlo, su un pezzo di vecchio legno marcio. Chissà se sapeva di non essere un tarlo, eppure ci dava dentro. Ed io? Chissà se sapevo di non essere un pittore? Eppure…

I dialoghi dei vicini mi tenevano compagnia, ma chissà perché nei cortili interni senti soprattutto bisticci, recriminazioni, malumore, quasi che le gentilezze vengano riservate al salotto buono e lì, dove puoi girare in canottiera, anche il linguaggio divenga libero e “ciabattone”.

Tutto riposto in studio, finalmente.

Il quadro odora di olio ed è vivo più che mai come tutti i quadri appena finiti. Poi, asciugando, i colori moriranno leggermente, ti deluderanno: ma in quella sera già scura, nello scomodo pensiero di un altro duro inverno, mi ero ritagliata un altro ricordo, che pur malaticcio e brutto rispetto alla realtà ancora oggi mi fa rivivere quei giorni, riassume quel periodo, evoca quei pomeriggi di silenzio.

Il silenzio di chi è solo e avvolge rumori e parole come il lucore di pacchi dono che non sono mai per noi.

“L'ultimo settembre, ovvero l'ape, ovvero il letto del gatto” - 1987

 

 

 

Giallo!

(luglio 2010)

 

Mi avevano regalato un giubbotto molto GIALLO, impermeabile, calduccio.

Ero felice.

Tanti animalini in primis, ma soprattutto le donne sanno quanto sia importante sintonizzarsi con gli umori ed i colori delle stagioni.

Ora, con il mio giubbotto uscire era un entrare in comunione con quel rituale socio-ambientale.

Apparire e/o confondersi, ad ogni modo partecipare con tutti i propri sensi.

 

L’autunno grigio, bagnato, avaro di luce, è magico, a patto di essere di buon umore.

Io, quella sera, lo ero e affrontavo con voluttà il tappeto di foglie semi macerate, morbido sotto le suole, l’intreccio di venature, i colori morti, i colori tanto vivi.

Acqua, umidità, le prime luci sulla strada in competizione con quella luminosità pigra, diffusa, che si stava defilando, rari i passanti prima della cena.

Nel viale diritto i globi erano accesi, ma erano poca cosa vicino al fasto e all’impudica manifestazione di Giallo! dei liriodendri: un’estasi cromatica.
Passai in mezzo a quel percorso come un imperatore tra due ali di folla acclamante. Il mio giubbotto perfettamente in tinta per quella sera fu la mia stola.

Immortalai l’ultimo di quegli alberi in un quadro.  Mi ricordava l’ultimo tifoso che incita il ciclista prima del traguardo, quello che vedi singolarmente, dopo la piena della folla indistinta.

“Giallo!” - 1987

 

 

Nuovo anno scolastico.

(agosto 2010)

 

Eppure l’inizio dell’anno scolastico alla scuola di musica era bello.

C’era sempre la riunione degli insegnanti.

Era bello ritrovare la penombra della canonica, la cordialità della signora Ersilia, era bello ritrovarsi con gli altri insegnanti.

Il direttore aveva sempre un sorriso comunicativo e/ma un’intrinseca severità da maestro di scuola quale peraltro lui è. Su di me la cosa funzionava, su quella parte di me che preferisce il consenso al conflitto, e mi metteva ingiustificatamente a disagio.

Qualcuno un po’ pavoncello, qualcuna un po’ avvilita dall’orrore di anni di disciplina musicale e solfeggio, eppure volevo bene a tutti, anzi, il valore stava tutto in questa varia umanità. Io stessa, purtroppo, non sono uscita indenne dalla mia esperienza musicale.

Gli insegnanti di musica, così come i pittori, i ballerini e tutti i devoti alle arti classiche sono spesso “segnati” da percorsi in cui la gioia, la ricerca dell’estasi, la vanità e l’orgoglio sono rimasti impigliati nel rigore di una disciplina senza senso. Ciò che rimane non è, se non in casi rari, la parte migliore dell’individuo entusiasta e comunicativo degli inizi.

Provavo per loro, quindi, la stessa simpatia e comprensione che provavo per me stessa.

Tutti vivevamo con speranze e ambizioni inversamente proporzionali alla nostra età. Forse solo io, senza dire nulla come un cospiratore, mi ero già arresa e avevo iniziato un cammino diverso: da pittore. Questo segreto mi pesò molto nei rapporti con gli altri.

Tre scuole, tre riunioni.

Quasi tutte le scuole di musica della provincia, in quegli anni, erano nate e si erano sviluppate e moltiplicate grazie anche alla carica vitale del prof. H.

Lo avevo conosciuto durante il mio discontinuo e tumultuoso percorso di studi musicali, quando avevo intravisto la possibilità e la necessità di utilizzare tanti sacrifici a fini pratici e mi ero assoggettata all’idea di affrontare la follia dell’esame di teoria e solfeggio.

Arrivavo con la mia solita Bottecchia, capelli molto al vento dopo la discesa, alle volte fradicia di pioggia.

Ti riceveva sulla soglia la moglie: non molto alta, mingherlina, la faccia allungata, la voce bassa, spesso con un lenzuolo in mano. Disinvolta e con serietà te ne porgeva un angolo e assieme iniziavamo a piegare. Nella stanza attigua ritmici scalpiccii, qualche suono. La moglie, intanto, ti invitava a sedere continuando le sue faccende. Io, spesso, dopo essermi accertata che su ogni sedia stesse dormendo un grosso gatto, decidevo di attendere in piedi, ascoltandola. Lei mi teneva al corrente delle ultime, magnifiche cose che il marito aveva portato a casa dalla discarica comunale: la tendenza del momento erano i vecchi televisori che lei puliva e lui svuotava per ricavarne dei contenitori per metri cubi di spartiti musicali. Un originale ed un creativo a dire poco poco. Il maestro aveva finito e, mentre con una mano salutava l’allievo in uscita, con l’altra stringeva la tua e con una terza ti indicava la porta. Cordialissimo, sempre in movimento e sempre divertito da se stesso e dalla vita.

Le sue lezioni erano come degli show di Fred Astaire: cantava, solfeggiava, ora era al piano, ora batteva il tempo, e tutto in lui voleva continuare, non interrompersi mai. Così accade spesso ai musicisti, che per questo loro innato senso del ritmo sono anche bravi lettori e bravi a guidare, forse meno a riflettere e a frenare.

Uscivi frullato, e con la netta sensazione che quell’uomo unico al mondo era ancora riuscito a divertirsi durante una lezione di teoria e solfeggio. Magia?!? No: Talento.

Mentre affrontavo la salita avevo il tempo per risentire le parole che, come un tormentone, punteggiavano la lezione:” …capito? Sì? No? Non importa: intanto è seminato”.

Il prof. H era anche il direttore di un’altra scuola e, durante le riunioni, l’impazienza dei suoi originali talenti gli faceva dire con allegria (mentre nel frattempo saliva su una sedia per cambiare una lampadina) le cose più dirette e terribili riguardo a insegnanti, situazioni e allievi. Sotto al suo incrollabile sorriso sembravano le battute di un originale, e nessuno si poteva offendere: era un genio della comunicazione.

Dicono che negli anni in cui andava ancora in giro a suonare con un gruppo di musicisti, la sua Topolino stracarica di persone e strumenti venisse fermata dalla Polizia Stradale per non aver rispettato uno stop. “ Per forza”, replicò egli con allegria alle forze dell’ordine: “Go le gomme lisse.”  

 

L’ultima volta che lo incontrai fu all’ospedale, dove si recava per dei controlli. Anni suonando l’oboe, che ti costringe ad una respirazione forzata attraverso l’ancia, gli avevano danneggiato il cuore. Ma lui aveva suonato tutto ciò che aveva potuto e anche ciò che non avrebbe dovuto suonare. Fece una capatina (un cucù, in effetti), perfino sul fondale mesto e meditativo della chitarra classica, ma per riaffiorare e respirare a pieni polmoni nel jazz. Il suo entusiasmo era quasi una malattia, di sicuro una disfunzione, come per taluni sfortunati lo è la depressione.

“Che piacere professore, cosa combina??”- “ Dipingo” mi disse, e mi raccontò del suo ingresso in questa nuova avventura con l’entusiasmo di sempre. Dopo aver comprato tutta una collana di libri, sicuro di arrivare a soddisfare le sue curiosità, non in profondità, che forse non era cosa per lui, ma esplorando…

Non credo che la morte sia ancora riuscita ad insegnargli a frenare: ”....per forza, go le gomme lisse”.  

 

 

Ultime stagioni.

 

Suonavo.

(agosto 2010)

 

Suonavo, suonavo ancora con amore, soprattutto la sera, negli istanti di confine tra luce ed ombra e solo chi ha suonato una chitarra sa quanto tale strumento sappia dare a chi ne senta sul torace le vibrazioni, quando puoi accostare l’orecchio alla sua voce, quando le corde non devono dare il massimo come in un concerto, ma le puoi accarezzare quel tanto che basta: puoi provocarne i bassi, puoi contenerne gli acuti…

Venivano ancora a trovarmi i miei ex allievi di chitarra. Mauro talvolta veniva a studiare, ovvero a suonare.

Veniva alle otto del mattino e, dopo una breve chiacchierata, iniziava la nostra giornata di lavoro. Era bello godere della reciproca compagnia. Una delle cose più dure da sopportare nei progetti a lunga durata e senza certezze, è infatti la solitudine di cui per altro non puoi fare a meno.

Devi conoscere molto bene una persona per condividere la tua stanza di lavoro: deve essere uno terrorizzato almeno quanto te del proprio futuro, e innamorato almeno quanto te del proprio compito.

Se non sbaglio in quel periodo Mauro aveva iniziato lo studio del “Colibri” di Sagreras e della “Catedral” di Barrios (uno dei miei pezzi preferiti, così pittorico e descrittivo). Bello pensare e ascoltarlo, bello ascoltare, …ma poi gli si erano raffreddate le mani. Cercammo di ravvivare la stufa, ormai abituata a lavorare sempre al minimo da troppe stagioni, di chiudere le altre stanze, di dare fuoco a dell’alcool in un catino… Dopo una mattinata di tormento rinunciammo a riscaldare quella casa che oramai non ospitava che me.

 A ora di pranzo prendemmo le scale e, alla faccia delle nostre economie precarie, ci concedemmo una pizza diavola piccante nel locale più vicino.

Buona. Bruciava finalmente nel nostro stomaco quell’inferno di cui avevamo anelato almeno una fiammicella per riscaldare le nostre sinapsi sconfitte.

“Noi Tutti Crediamo Nella Resurrezione Delle Cicale” - 1990

 

 

A piedi.

(agosto 2010)

 

Quella era stata una giornata particolarmente fredda.  La sera, riposti i pennelli, mi ero ritrovata stanca, sconfitta.  Allora avevo deciso che mi sarei recata dai miei per vederli e, chissà, magari mi sarei concessa una notte al calduccio.

Mi chiudo alle spalle una porta particolarmente dura. Sì, perché il legno vecchio è poroso e quasi sempre un po’ umido cosicchè nelle notti invernali dava proprio quella sensazione. Fuori, a confronto con il gelo di quella notte di luna, il mio alloggio non sembra poi così inospitale, e, guardando dentro oltre i vetri, il buio all’interno è denso come pece tanto è bianca questa luna crudele, tanto brilla questo mondo ghiacciato.

La strada è dura, la serratura del cinquino è dura, e si apre a fatica. Entro, chiudo la portiera velocemente, perfino il rumore della portiera è duro ed echeggia nella strada deserta.  Beffardo luccica il parabrezza ghiacciato, quando giro la chiave una prima volta. Un ansito breve, …

Quando mi arrendo, i vetri sono già un po’ appannati e mi viene male al pensiero di uscire.

Mi avvio sul selciato luccicante, con i piedi ben piatti per non scivolare, poi mi abituo, vado.

E’ pur bello il freddo, ma dopo un po’ preferiresti guardarlo che provarlo. La notte è bella, luminosa e deserta. C’è il silenzio incantato che immagini solo in certe fiabe, gli alberi rigidi, come preoccupati. I miei passi scricchiolano indiscreti in quel paesaggio. Ogni tanto una macchina.

Ecco un’altra, una bella macchina di quelle con una batteria seria… lo conosco, conosco il conducente, mi saluta sorridendo agitando cordiale una mano, rispondo sorridendo agitando cordiale una mano.

Mi dico: ma quante volte nella vita sorridi e saluti invece di chiedere aiuto?

Mai cordialità fu più …fuori stagione, nella vita devi essere svelto o sei “a piedi”.

E proseguii il cammino.

 

“Notte Di Luna” - 2010

 

 

Le feste.

(settembre 2010)

 

La vita era già pesante, ed ecco le feste, come sempre ad appesantire il tutto.

Che bello in luglio, ottobre, febbraio: pochi compleanni, poche feste, pochi anniversari.

Pasqua e Natale come pietre al collo.

Gli interminabili pranzi in famiglia, uno slalom per non incappare in argomenti “sensibili”, per sembrare allegri, voler sfogare la propria amarezza ma percepire quella altrui, voler sentirsi in famiglia, ma sentirsi lontani, e poi c’erano sempre uno o più ospiti, malcapitati tra le nostre amare consuetudini.

Si finiva di lavare cataste di piatti e stoviglie quando della promessa giornata di festa non rimaneva neppure un lontano lucore. Allora, con una scusa, chiedevo il permesso di allontanarmi, per riprendere il mio equilibrio.

Con il cinquino finivo per posteggiare sotto casa mia. Salire nell’appartamento dopo una giornata senza averlo riscaldato sarebbe stata una mossa sbagliata. Rimanevo nel cinquino. Lì era abbastanza caldo e confortevole e silenzioso. Mi accendevo una sigaretta, guardavo attraverso i vetri appannati e le goccioline sul parabrezza la luce delle illuminazioni natalizie rifrangersi e moltiplicarsi. Il grande Kitsch del Natale si sfaldava sulla cittadina sazia e silenziosa, disordinato e stanco come il trucco dopo una nottata, sovrapponendosi alle immagini di argenti e candele e macchie rosse di cera e di vino sul bianco lino della tovaglia buona, dopo la festa.

Aprivo il finestrino, aria fresca, forse la mamma (invalida) avrà goduto della nostra compagnia, il papà dei nostri canti davanti all’albero e al presepe, ricordandoci ancora tutti piccini, forse, in fondo, anche il nostro ospite avrà assaporato cibo e compagnia. Io, che non ho mai sopportato le chiacchiere e l’immobilità a tavola, solo ora incominciavo a rilassarmi. Allora ingranavo la prima e ritornavo dalle mie sorelle, nella speranza di stare bene assieme, e di riuscire davvero a far sorridere qualcuno.

“Dopo la festa” - 2005

 

 

L’Assedio.

(ottobre 2010)

 

Come fiocchi di neve, silenziosi e morbidi e leggeri, scendono dai tetti e dal piano superiore i gattini.

Stavo per uscire e, quando apro la porta e sono ancora con le chiavi in mano, eccoli, arrivano tutti assieme verso il mio pianerottolo. Con gli occhi spalancati per la sorpresa, rientro e mi richiudo la porta alle spalle. Ci sarà anche la solita gatta, penso un po’ allarmata. Ma poi mi sono sembrati così belli…e il loro miagolio sta saturando l’aria come bambagia, ed è acuto e graziosetto e implorante. Apro uno spiraglio e vedo che sono anche terribilmente magri. Non posso resistere e porto loro del latte.

Dopo non molto tanti gattini sono lì e alla fine, magrissima e tesa, pronta a fuggire al minimo rumore, intravedo la gatta. E’ una gatta tigrata di strada, con i segni di tante battaglie, diffidente, scontrosa. Ora la fame vince l’ultima diffidenza, e si china sulla ciotola, la piccola lingua farnetica veloce. “Come faccio a temere quella bestiola?” Mi chiedo. “Perché lei ha unghie più lunghe e meno inibizioni”. Mi rispondo.

E così mi accorgo che sono vittima di un “assedio”.

Penso che spesso nella vita ci cacciamo da soli nei problemi, nelle pastoie, in situazioni pesanti.

Penso che l’immagine di questo “assedio” di gattini sia emblematica di tutte quelle situazioni che quotidianamente ci fanno sopportare ben volentieri un piccolo disagio in cambio di una soddisfazione altrui.

Ma, se continui a immedesimarti negli altri, difficilmente sarai libero.

 

 

Sacro e profano.

(ottobre 2010)

 

Mi chiesero se dipingessi Madonne, o meglio se aggiustassi Madonne.

Da anni non mi permettevo di dire un no a una qualsiasi offerta di lavoro, e così dissi di sì.

L’anziano prete non riuscì a spiegarmi il problema e mi condusse in chiesa per vedere la statua che avrei dovuto “aggiustare”.

Nella fresca penombra la statua appariva uguale a tutte le altre statue classiche della Madonna: manto azzurro, veste bianca, volto rivolto ai fedeli, l’espressione di chi non ha più problemi, neppure quelli degli altri. Niente di artistico, niente di male.

Il sacerdote capì che io non vedevo il problema e mise assieme una serie di frasi che ora non ricordo, perché nessuna mi indicò la via come alla fine quel: “...Magari un po’ di rosso sulle labbra…”

Il povero prete proprio non ce la faceva, per sensibilità ed educazione, a dire che la Madonna era brutta…in effetti un ostacolo per chi dovesse venerarla, e per la buona volontà delle sue preghiere.

Forte della mia intuizione, il mattino seguente mi misi all’opera, sperando di aver capito come accontentare il parroco e di riuscire a mantenermi in equilibrio tra sacro e profano.

Ragionando semplicemente come ogni donna la mattina davanti ad uno specchio, ammorbidii le labbra, le accesi poco poco, sottolineai gli occhi, poco poco più grandi, un po’di rigore alle sopracciglia…cercai insomma quell’equilibrio che è l’essenza della Bellezza, della Santità, punto di partenza per la seduzione come per la trascendenza.

Nel pomeriggio, quando ero giunta alle vesti, si era formato un gruppetto di devoti, per lo più donne anziane, che continuavano a darmi consigli sul giusto punto di azzurro che il manto avrebbe dovuto acquisire.

Buoni consigli e incoraggiamenti a parte, non mi sentii affatto sicura del mio operato fino a quando non vidi l’espressione del parroco: levò lo sguardo verso il sacro volto e le rughe gli si distesero nell’ampio, mistico sorriso dei santi.

La Madonna ora era Bella. Con quel viatico sì, era facile raggiungere la trascendenza, in quel volto era facile confidare e sperare.

 

Chissà, forse, con poche ore di lavoro, ho aiutato un prete a guadagnarsi l’eternità.

“Il Porto” - 1999

 

 

Fine anno scolastico.

(ottobre 2010)

 

Anche all’interno della mia aula si avvertiva il passaggio delle stagioni.

Già dalla primavera le finestre aperte lasciavano entrare il rigido martellare dei pianoforti, il malinconico raglio dei violini, l’ansito virtuosistico delle fisarmoniche. Le ombre nei cortili erano decise, la luce sul campetto di basket abbagliante. Gioia e malinconia, come spesso avviene, sovrapposte.

Si preparavano i brani per gli esami e per i saggi di fine anno, la nostra attenzione e il nostro impegno via via più blandi.

Nei giorni d’esame ero sicuramente più nervosa degli allievi ma spero di aver recitato con talento una parte che non mi è mai appartenuta davvero.

Il giorno dei saggi partivo già male, su tacchi inconsueti, in abiti comperati per l’occasione, sperando di convincere il mio aspetto naturalmente casual in un rigore da circostanza.

Poi si accordavano le chitarre e non era facile convincere ragazzini di ogni età a non toccare per qualche ora i bischeri dei loro strumenti.  

Era importante quello che riuscivi a comunicare loro fino all’ultimo minuto prima della loro esibizione, o meglio, a me sembrava fondamentale e, quando poi li sentivo ripetere per il pubblico le frasi musicali con gli intenti e le emozioni più volte concordati mi sembrava ogni volta un miracolo della comunicazione.

Cantavo mentalmente i brani come avevo fatto durante mille lezioni per davvero, non mi tradivano, e assieme eravamo contenti.

Poi arrivava l’ultima lezione: ci si lasciava con molti saluti, il rosmarino all’uscita era tutto in fiore, profumato, infastidito da ronzii, il sole alto, la speranza che l’estate potesse davvero portare la tranquillità della vacanza, velata da un’eclissi di malinconia.

“Cala La Malinconia, La Speranza, Forse...” - 1991

 

 

Esperimenti.

(ottobre 2010)

 

Finire un quadro può essere una cosa veramente gratificante, ma iniziarlo è sicuramente un problema.

E’ importantissima la preparazione del fondo, una volta chiamata imprimitura.

I motivi sono i più vari: non troppo assorbente nè viceversa, non troppo chiaro nè viceversa, non troppo evocativo nè viceversa. Con evocativo intendo il caso così caro a noi pittori visionari, allorquando dei segni o delle macchie posti accidentalmente sul fondo pittorico potrebbero portarti su lidi ben lontani dal tuo primitivo progetto.

Io, a quei tempi, non sapevo ancora bene a quale categoria sarei mai appartenuta, e tendevo a sbagliare il “mio” fondo pittorico anche sotto questo profilo. Ora so che mi è più difficile sciogliere inibizioni e creatività su un palcoscenico perfettamente bianco…

Il fondo quindi è già un saggio d’equilibrio, che spesso può pregiudicare il successo di tutto il lavoro.

Era dunque una di quelle giornate in cui mi apprestavo a correggere gli sbagli delle esperienze precedenti ben conscia che la mia forte forza di volontà ben poco avrebbe potuto contro la mia connaturata mancanza di metodo scientifico e alla sfortuna nera che sempre affianca la nostra tensione quando ce la mettiamo proprio tutta.

No, no, questa volta non mi faccio fregare. Farò un’imprimitura così equilibrata che il pennello vi scorrerà sopra con il solo peso del pensiero.

Risfogliàti per un’ultima volta i sacri testi della tecnica pittorica secondo antichi e moderni autori, decisi che la ricetta che avevo in mente era troppo buona per essere usata per un solo fondo. Cercai allora in ogni angolo dello studio tavole, tele ed ogni tipo di supporto che sarebbe potuto fungere da fondo pittorico, e messo assieme con soddisfazione un buon numero di elementi, incominciai a comporre la mia ricetta.

Gesso e colla d’animale come base e poi additivi per rendere la giusta flessibilità, impermeabilità, grado di assorbimento dell’olio ecc. ecc.

Mi ricordai che la signora Resi mi aveva donato una preziosa boccetta di colla di coniglio. Sarà pure un’eccellente legante ma, per Dio , puzza da paura.

Vabbè, penso, non perdiamo il filo, e vado per la mia strada pennellando con attenzione le tavole, fronte e retro, diligentemente, in ogni direzione: dall’alto verso il basso, verso destra, ecc. ecc.

A sera, parecchie tavole e tavolette avevano acquistato dignità di fondo pittorico. Io ero già impaziente di dipingerci sopra ma, calma, i testi ammoniscono che il pittore deve pazientare.

Le tavolette dovranno essere perfettamente asciutte prima di venir raschiate a dovere e poi …e poi..

A sera non si respirava più, il puzzo mi guastò lo spirito scientifico e, anche se faceva fresco, mi arresi a mettere sul ballatoio le mie tavole ancora bianche, una accanto all’altra come in una mostra per pigri.

Mi addormentai e mi risvegliai come accade ai bambini quando attendono il Natale, ossia sempre con lo stesso bellissimo progetto: mo’ si dipinge, e si dipinge, senza questa noia della preparazione.

La mostra en plein air non era piaciuta ai “miei” gatti.

Probabilmente nel tentativo di marcare il territorio e sovrastare il puzzo della colla, in mezzo ad ogni tavoletta c’era del piscio di gatto: gestualità, spontaneità, istinto…

Credo che nessuno abbia saputo come mai da un giorno all’altro il rione rimase senza gatti.

  

 

 

 

- continua -